Leoluca Orlando

"Il giardino planetario"

17/01/2020 - 19:00
Teatro

Leoluca Orlando è il sindaco di Palermo, ma è anche un leader fortemente etico, simbolo della lotta alla mafia. È un convinto sostenitore di una politica dell’integrazione che mette in opera ogni giorno nella sua città affacciata sul Mediterraneo. Più di tante parole valgono alcuni stralci di un suo dialogo con lo scrittore-regista Roberto Andò pubblicato sull’Espresso del 13 gennaio 2019. Eccoli qua: buona lettura.

« Palermo è ancora una capitale aristocratica e stracciona, solo che adesso è animata dalla fiducia nel futuro e dal rispetto dei diritti, il che fa la differenza. In questo modo, l’aristocrazia non è solo una traccia del passato e la straccioneria non è solo lo stigma di una immodificabile mortificazione sociale”

 «Come fa l’Europa a non capire che il rispetto dei diritti dei migranti è una garanzia nei confronti dei nostri diritti. Il migrante ti interpella su due aspetti oggi fondamentali, i diritti della persona e l’interculturalità. In ogni caso, io sono orgoglioso di essere sindaco di una città dove si è celebrato il primo matrimonio tra omosessuali e dove si organizza il più grande Gay Pride del Mediterraneo.

Oggi posso veramente dire di essere riuscito a interpretare l’anima della città, anche quella dei sordi, dei ciechi, dei muti.

Non c’è dubbio sul consenso, i palermitani sono con me. C’è voluto un po’ di tempo - Palermo è cambiata in quarant’anni. Vedi, io sono antipopulista in nome del tempo. Il populista è uno che pensa di poter cambiare le cose subito. Il populista non ha il senso del passato, né vera speranza nel futuro. Vuole ottenere i suoi risultati subito, va all’incasso dell’oggi. E nel nostro tempo il populismo è una cultura, non un partito. È diventata una attitudine, se fosse solo un partito sarebbe limitato al 40 per cento. Invece, io a Palermo ho fatto l’orologiaio, ho costretto i palermitani ad avere rispetto del tempo».

«Palermo non è una città europea, non lo è nella vita quotidiana, nel modo di vivere dei suoi cittadini. Il mio progetto è di fare di Palermo una città che mantenga le sue caratteristiche e abbia il wi-fi e il tram. Un progetto che sconfigga il senso di emarginazione dei quartieri periferici, e anche il loro degrado. Quindi bisogna liberarla dall’immondizia. C’è un concentrato di vizi intorno a questo problema, e l’azienda simbolo del degrado è proprio quella preposta alla raccolta dei rifiuti, l’Amia, non a caso fallita. Ci sono alle sue spalle reati come falso in bilancio, truffa, non perseguiti perché l’allora sindaco non sporse querela. Abbiamo dovuto ricominciare daccapo, mettendo in garanzia la nuova azienda, la Rap, che oggi non è più esposta al fallimento. E finalmente io sono in condizione di pretendere che Palermo sia più pulita. Dieci giorni fa ho comunicato ai miei dirigenti di aver dato disposizione all’amministratore unico di recedere dal contratto di chi non opera perché questo avvenga. Credo che le cose stiano cambiando. E vigilerò perché cambino».

«Amministrare una città è un atto di umiltà. In Italia, la classe politica mi percepisce come uno che sostanzialmente è ingestibile. Nella opinione internazionale, invece, sono un riferimento etico. Questa doppia percezione è significativa. Per il futuro dell’Italia, la scommessa è che una leadership etica diventi un partito in grado di cambiare le cose. Ma oggi si rifiutano le organizzazioni partitiche. Non mi risulta che Salvini convochi riunioni di partito, o che lo facciano i Cinque stelle. Preferiscono parlare ai loro elettori con i social, fanno politica in diretta. Si illudono di fare comunità. Ma se non si fanno delle opportune correzioni, il web non fa comunità. Tutt’al più, fa gruppo. Invece occorre far ripartire la politica dal suo senso primario, dal dialogo con le persone, dal senso di comunità. Anche l’Europa, un malato terminale, può rinascere solo se riuscirà a diventare ciò che rappresenta un comune, quindi oltre a dotarsi di una visione, deve occuparsi della vita quotidiana delle persone, non del denaro».

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