Piero Antinori

Lectio magistralis dal titolo: "La famiglia Antinori e l’agricoltura in Toscana dal '300 ai giorni nostri".

20/02/2019 - 19:00
Teatro

Il Marchese Piero Antinori è uno dei grandi personaggi del vino italiano. A lui si deve ad esempio l’invenzione, nel 1971 del Tignanello, il vino che ha rotto tre volte le regole del Chianti classico dell’epoca: nel prodotto, nel marketing e nel posizionamento di mercato. Nel prodotto perché, per realizzarlo, è stato usato un blend di Sangiovese e di Cabernet ed è stato cambiato il metodo di invecchiamento: non più nelle botti per lungo tempo, ma con un passaggio nelle barrique per breve tempo. Nel marketing, perché il vino ha assunto il nome del vigneto e non della famiglia. Nel posizionamento, perché è stato assegnato un prezzo più alto.

Una famiglia, la sua, che ha un legame con la terra che risale alla fine del Medioevo e si è disteso, ininterrottamente, per 26 generazioni: nel 1385, Giovanni di Piero Antinori si iscrive all’Arte dei Vinattieri; Niccolò di Tommaso Antinori, che compra Palazzo Antinori nel 1506, e il figlio Alessandro di Niccolò, sono mercanti e banchieri, corrono per tutta Europa e hanno filiali a Lione e Anversa, Bruges e Toledo; nel 1631 Ludovico Antinori è senatore della Signoria di Firenze; nel 1716, Antonio Antinori è a capo della commissione del Granducato di Toscana che lavora alla riforma dell’ambito vinicolo e stabilisce per la prima volta i confini geografici della produzione del Chianti.

Piero entra in azienda nel 1966 a 28 anni, dopo gli studi in economia. Suo padre, Niccolò gli lascia le tre fattorie di Tignanello e Bolgheri in Toscana e di Castello della Sala in Umbria. Il vino non era l’unica ossessione, ma era parte della produzione agricola, con i campi di grano e gli uliveti. Allora, lavoravano in Antinori 110 persone. La realtà era tutto sommato piccola: il fatturato annuo era compreso fra i 4 e i 5 miliardi di lire.  In quarant’anni della sua direzione, Piero Antinori è stato capace di trasformare la Antinori da piccola realtà economica ad uno  dei marchi più noti - ed affascinanti - del vino italiano e internazionale. Alla dote iniziale si sono aggiunte, in Toscana, le tenute - ciascuna con una struttura, una gestione e un marchio autonomi - di Montalcino (Pian delle Vigne), Montepulciano (La Braccesca), Mortelle (Le Mortelle), Sovana (Aldobrandesca) e di Fiesole (Monteloro). Lo stesso è capitato, al di fuori della Toscana, in Puglia (la Tormaresca), in Piemonte (la Prunotto) e in Franciacorta (la Montenisa). Fuori dall’Italia ci sono aziende di proprietà della famiglia Antinori in Napa Valley (la Antica) e in Cile (la Haras de Pirque).

Dopo quarant’anni di lavoro e di successi, nel 2016 Piero Antinori ha lasciato la Presidenza alla figlia Albiera Antinori che, insieme alle sorelle Allegra e Alessia, guida attualmente la Antinori che continua a registrare un incremento annuo che va dal 3 al 5 % e ha ormai 350 addetti. A lui è restato, e non poteva essere altrimenti, il ruolo di Presidente Onorario.

«Passione, pazienza e perseveranza: queste le basi sulle quali posare le fondazioni di una buona successione», ha dichiarato Piero Antinori. «Gli imprenditori di oggi dovrebbero rispettare di più il lavoro di chi li ha preceduti. A volte, vorrei poter avere il dono del saper comunicare con i miei antenati e carpire i loro segreti. Sono convinto che serva soprattutto trasferire valori come la passione per la terra e la campagna, o l’idea dell’attesa, necessaria per chi sceglie di fare vino. Nel nostro settore, per definizione, i tempi sono lunghi e bisogna anche esser disposti ad accettare eventi sfavorevoli». E ancora: «Penso di esser riuscito a tramandare la mia passione alle mie figlie. E oggi, loro stesse, stanno cominciando a fare lo stesso con i miei cinque nipoti. Nel nostro caso la figura di Renzo Cotarella, direttore tecnico della Antinori, è stata fondamentale. Per me e le mie figlie, lui è come un membro della famiglia e, con il passare del tempo, ha assunto il ruolo di ponte tra me e loro».

 

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